120) Huizinga. Regole e trasgressioni.
Prima lettura.

Una caratteristica del gioco consiste nel suo essere ben
delimitato nello spazio e nel tempo. Inoltre esso  una forma di
cultura, necessita di regole precise ed infine possiede una sua
armonia e bellezza.
J. Huizinga, Homo ludens, Einaudi, Torino, 1972, pagine 13-14.

 Il gioco s'isola dalla vita ordinaria in luogo e durata. Ha un
terzo contrassegno nella sua indole conchiusa, nella sua
limitazione. Si svolge entro certi limiti di tempo e di spazio. Ha
uno svolgimento proprio e un senso in s.
Ecco qui dunque una caratteristica nuova e positiva del gioco. Il
gioco comincia e a un certo momento  finito. Mentre ha luogo c'
un movimento, un andare su e gi, un'alternativa, c' il turno,
l'intrigo e il distrigo. Ora, alla sua limitazione nel tempo si
collega immediatamente un'altra qualit curiosa. Il gioco si fissa
subito come forma di cultura. Giocato una volta, permane nel
ricordo come una creazione o un tesoro dello spirito, 
tramandato, e pu essere ripetuto in qualunque momento, sia
subito, sia anche dopo un lungo intervallo. Questa possibilit di
ripresa  una delle qualit essenziali del gioco. Vale non solo
per il gioco come un tutto, ma anche per la sua struttura interna.
In quasi tutte le forme pi sviluppate del gioco si possono
riscontrare gli elementi della ripresa del ritornello, del cambio
di turno.
Notevole pi ancora della sua limitazione nel tempo  la sua
limitazione nello spazio. Ogni gioco si muove entro il suo ambito,
il quale, sia materialmente, sia nel pensiero, di proposito o
spontaneamente,  delimitato in anticipo. Come formalmente non vi
 distinzione tra un gioco e un rito, e cio il rito si compie con
le forme stesse d'un gioco, cos formalmente non si distingue il
luogo destinato al rito da quello destinato al gioco. L'arena, il
tavolino da gioco il cerchio magico, il tempio, la scena, lo
schermo cinematografico, il tribunale, tutti sono per forma e
funzione dei luoghi di gioco, cio spazio delimitato, luoghi
segregati, cinti, consacrati sui quali valgono proprie e speciali
regole. Sono dei mondi provvisori entro il mondo ordinario,
destinati a compiere un'azione conchiusa in s.
Entro gli spazi destinati al gioco, domina un ordine proprio e
assoluto. Ed ecco qui un nuovo e pi positivo segno del gioco:
esso crea un ordine,  ordine. Realizza nel mondo imperfetto e
nella vita confusa una perfezione temporanea limitata. L'ordine
imposto dal gioco  assoluto. La minima deviazione da esso rovina
il gioco, gli toglie il suo carattere e lo svalorizza. In quello
stretto rapporto con l'idea dell'ordine sta indubbiamente la
ragione per cui il gioco, come gi osservammo di sfuggita qui
sopra, pare situato per tanta parte sul terreno dell'estetica.
Dicemmo che il gioco tende a essere bello. Questo fattore  forse
identico a quell'impulso a creare forme ordinate da cui 
penetrato il gioco in tutti i suoi aspetti. I termini coi quali
possiamo definire gli elementi del gioco provengono, in gran
parte, dalla sfera dell'estetica. Sono i termini con i quali
cerchiamo d'esprimere anche effetti di bellezza: tensione,
equilibrio, oscillamento, scambio di turno, contrasto, variazione,
intreccio e soluzione. Il gioco vincola e libera. Attira
l'interesse. Affascina, cio incanta. E' ricco delle due qualit
pi nobili che l'uomo possa riconoscere nelle cose ed esprimere
egli stesso: ritmo e armonia.
Novecento filosofico e scientifico, a cura di A. Negri, Marzorati,
Milano, 1991, volume V, pagina 81.




Seconda lettura.

Il gioco ha le sue regole, la cui trasgressione  contemplata e
tollerata. Ma il porsi fuori dal gioco  un elemento di
distruzione del gioco stesso.
J. Huizinga, Homo ludens, Einaudi, Torino, 1972, pagine 15-16.

 Ogni gioco ha le sue regole. Esse determinano ci che varr
dentro quel mondo temporaneo delimitato dal gioco stesso. Le
regole del gioco sono assolutamente obbligatorie e inconfutabili.
Paul Valry l'ha detto incidentalmente, ed  un'idea di portata
assai grande: riguardo alle regole del gioco non  possibile lo
scetticismo. Infatti la base che le determina viene rivelata qui
come irremovibile. Non appena si trasgrediscono le regole, il
mondo del gioco crolla. Non esiste pi il gioco. Il fischietto
dell'arbitro scioglie la mala e ristabilisce il mondo normale.
Il giocatore che s'oppone alle regole o vi si sottrae,  un
guastafeste. L'idea della lealt  inerente al gioco. Il
guastafeste  tutt'altra cosa che non il baro. Quest'ultimo finge
di giocare il gioco. In apparenza continua a riconoscere il
cerchio magico del gioco. I partecipanti al gioco gli perdonano la
sua colpa pi facilmente che al guastafeste, perch quest'ultimo
infrange il loro mondo stesso. Sottraendosi al gioco questi svela
la relativit e la fragilit di quel mondo-del-gioco in cui si era
provvisoriamente rinchiuso con gli altri. Egli toglie al gioco
l'illusione, l' inlusio (che corrisponde in realt a l'essere nel
gioco), espressione pregna di significato. Perci egli deve essere
annientato; giacch minaccia l'esistenza della comunit
giocante. La figura del guastafeste  rappresentata con
chiarezza maggiore che altrove nel gioco dei ragazzi. La piccola
comunit non si domanda se il guastafeste diventi un rinnegato
perch non osa o perch gli manca invece il permesso paterno. O
piuttosto la comunit non riconosce un non avere il permesso, e
lo chiama un non osare. Il problema dell'ubbidienza e della
coscienza per i ragazzi in generale non va oltre il timore del
castigo. Il guastafeste infrange il loro mondo magico, perci 
vile e viene espulso. Anche nel mondo della grave seriet i bari,
gli ipocriti, i mistificatori hanno sempre incontrato pi
facilitazioni dei guastafeste: cio gli apostati, gli eretici, gli
innovatori, i catturati nella propria coscienza.
A meno che, e ci accade sovente, questi ultimi non creino a loro
volta immediatamente una nuova comunit con una propria regola
nuova. Proprio l' outlaw (il fuori legge), il rivoluzionario, il
carbonaro, l'eretico hanno una fortissima tendenza a formare
gruppo, e quasi sempre hanno contemporaneamente un carattere
profondamente ludico.
Novecento filosofico e scientifico, a cura di A. Negri, Marzorati,
Milano, 1991, volume V, pagine 82-83.
